lunedì 22 agosto 2016

Burkini, la confusione tra scelta e imposizione

di Monica Lanfranco da ilfattoquotidiano


La vicenda del burkini si potrebbe anche raccontare così: in Australia c’è un’imprenditrice islamica praticante molto felice che ha fatto la sua fortuna fabbricando l’indumento per donne modeste (sono le sue parole), per cui ringrazia di cuore la Francia per l’inaspettata pubblicità.
Perché sì: in barba al fatto che l’abito sotto i riflettori sia un potente simbolo dell’islam fondamentalista salafita, che teorizza e pratica, con violenza, il dovere della modestia in tutti i comportamenti femminili, dall’abito alla relazione con gli uomini e quindi con la società: pecunia non olet, mai, e non confligge con la modestia.
Una decina di anni fa a Riccione fu accolta dalla giunta comunale la proposta di riservare pezzi di arenile per permettere a ricche saudite di fare il bagno lontano da occhi indiscreti, visto che la zona è molto apprezzata dalle famiglie facoltose del potente emirato. Tutto bene: si tratta di far girare l’economia.
Dal mio punto di vista il ringraziamento alla Francia è per averci messo dinnanzi due evidenze: la prima è che, nella rete ma non solo, è quasi impossibile svolgere discussioni senza che prevalga lo storm shit (la tempesta di feci) evocata da B. Chul Han nel suo Nello sciame-visioni del digitale. Odiatori e odiatrici per partito preso sono dovunque, poco o nulla si sta sul tema con motivazioni e argomentazioni documentate, pur diverse ed oppositive, e spopolano rancore, insulto e offesa.
Quanto a confusione surreale cito l’esempio delle suore, postate copiosamente nei social per dire che burkini e tonaca sono la stessa cosa, dimenticando che le suore fanno un voto di fede, che prevede castità, (molte tra l’altro non vestono l’abito) e non sono una indicazione religiosa di come tutte le donne devono andare vestite nella società.
La seconda evidenza è che, non da ora ma in questo caso potentemente, pezzi di sinistra e alcune femministe hanno espresso adesione incondizionata alla visione multiculturalista e al relativismo culturale e politico.
Quindi: senza se e senza ma, (giustamente su molti temi), ma quando si tratta del corpo delle donne ecco sbriciolarsi le granitiche certezze. La parola magica è: scelta. Si tratta di un passaggio molto interessante: da antiliberisti si diventa liberali, per cui si critica l’occidente imperialista e coloniale, ma si difende un simbolo religioso fondamentalista caro a teocrazie imperialiste, nel nome della libera scelta individuale. Dettaglio non di poco conto: parliamo dell’unico ‘simbolo’ religioso (declinato in vari stadi, dal velo all’jihab al burka al burkini), che come ci ricorda Giuliana Sgrena è un prodotto recente che diventa corpo, che insiste, più efficacemente di una bandiera sventolata, nell’evidenziare una alterità. A cosa? Ai (presunti) diritti occidentali, che secondo lo sguardo relativista sono appunto di una parte sola: peccato che tutti i movimenti laici che lottano contro l’integralismo si sgolino nel dire che i diritti conquistati dalle donne sono universali.
La sociologa algerina Helie Lucas scrive, a proposito della giornata dell’orgoglio del velo: ”In Europa si tratterebbe sarebbe solo una scelta personale ‘di moda’ mentre nel resto del mondo sarebbe un’imposizione, e la disobbedienza o la resistenza sarebbero punite con la morte? In Europa si potrebbe indossare qualsiasi abito, mentre nel resto del mondo si fronteggiano limitazioni nel diritto allo studio, o nell’accedere ai servizi sanitari quando sono forniti da personale maschile, o nella libertà di movimento o di altri diritti umani fondamentali negati alle donne e alle ragazze? Come si può ignorare che nelle periferie di Parigi o Marsiglia controllate dai fondamentalisti delle ragazze sono state uccise per non avere indossato il velo?”. (L’articolo integrale sarà pubblicato a settembre nel nuovo numero di Marea)
Il relativismo culturale e politico porta anche a questo: si può, giustamente, confliggere duramente con le Sentinelle in piedi, con l’autrice di Sposati e sii sottomessa, con la senatrice Binetti ma non con l’autrice di Porto il velo e amo i Queens, perché mettere in discussione le scelte di un’islamica alimenta l’islamofobia. Sottolineare la responsabilità di alimentare visioni regressive, discriminatorie, patriarcali, sessiste e misogine quali sono le tesi delle succitate persone e gruppi non si applica alle donne islamiche che ‘scelgono’ i vari sistemi di copertura. Perché questa autocensura? Nel complicato presente penso che l’unica strada, prima che sia tardi e vincano i fondamentalisti di ogni tipo, (in Gran Bretagna si chiede da anni di applicare la sharia accanto al sistema di legge statali), sia aprire conflitti culturali con chi fa politica, (perché di questo si tratta), invocando disposizioni religiose come ‘libera scelta’, riattivando pericolosi déjà vu, quali la modestia e il pudore femminile. Il sito internazionale Siawi  mi appare molto importante già dal suo enunciare come “la laicità sia un problema delle donne”.
I video che v’invito a vedere raccontano in cosa consista (l’apparente) inoffensivo ‘scegliere’ per le donne fedeli islamiche di coprirsi: vogliamo continuare a nasconderci dietro la simmetria perfetta secondo la quale anche da ‘noi’ c’è l’imposizione della taglia 42, e quindi è giusto riservare, (come avviene a Torino), momenti in piscina solo per le donne, così che senza gli uomini le islamiche praticanti possano nuotare, senza mettere in discussione nulla?

Il no al burkini in nome dell'eguaglianza


di Marco Marzano, da il Fatto quotidiano, 22 agosto 2016




Nella balneare e battaglia d’opinione sul burkini è forte la tentazione di abbracciare un approccio pragmatico: vietare il burkini è una decisione autoritaria che non servirà certo a scoraggiare l’atavica subordinazione femminile nella cultura musulmana e anzi finirà con l’apparire un atto di ostilità verso l’Islam, che accrescerà il risentimento verso la cultura e la politica occidentali. Seguendo quest’approccio, l’emancipazione femminile nel mondo musulmano dovrà far seguito esclusivamente a un cambiamento sociale spontaneo interno, che il resto della comunità politica non potrà che attendere in rispettoso silenzio, consentendo nel frattempo anche alle donne arabe più religiose e tradizionaliste una nuotata nel Mediterraneo.

Il punto di vista pragmatico sul burkini è ragionevole, ma io credo che nel complesso sia sbagliato: vieta allo Stato di farsi parte attiva nel promuovere un mutamento sociale così importante come quello che riguarda la parità di genere. Per quale ragione lo stato dovrebbe rimanere neutrale e assistere alla riproduzione di un’evidente discriminazione di genere? Perché non può essere l’autorità politica a promuovere l’abbattimento di una disparità così visibile? Non in nome di una fantomatica ideologia laicista, ma in quello dell’impegno a perseguire valori universali (e non occidentali, né tantomeno cristiani) nei quali ogni cittadino di una democrazia può e deve riconoscersi. L’eguaglianza tra uomini e donne è certamente uno di questi.

Vi sarebbero laicismo ideologico e totalitarismo etico solo se lo Stato, come avveniva ad esempio nell’Albania di Hoxha, promuovesse l’ateismo, scoraggiasse i cittadini dal recarsi nei templi o dal seguire i precetti delle diverse religioni. Ma non è questo quello che è avvenuto in Francia negli ultimi anni con i provvedimenti che hanno limitato l’esibizione di simboli religiosi negli spazi pubblici. La legislazione francese non ha mai scoraggiato l’appartenenza religiosa, ma ha solo impedito che l’esibizione ostentata di simboli identitari (dalle croci alle kippah, ai veli e oggi ai burkini) divenisse un’offesa alla civile convivenza, trasformandosi in un tentativo di occupazione e conquista di un ambito (lo spazio pubblico) che deve rimanere comune e condiviso.

La cultura della laicità francese non merita molte delle critiche che le sono state mosse, ma dovrebbe essere esportata rapidamente in altri luoghi d’Europa. Per scoraggiare la discesa lungo quel piano inclinato che porta, nel nome di un malinteso multiculturalismo, ad accettare un numero crescente di eccezioni al rispetto dei valori fondanti della convivenza sociale. Si inizia con l’accettare il burkini e si finisce con il trangugiare la schiavitù. Sempre in nome del rispetto per la diversità culturale. Una deriva da evitare, ad esempio, ispezionando con attenzione, e sempre seguendo l’esempio di una legge francese del 2001, la vita interna delle tante organizzazioni settarie proliferate nel cristianesimo occidentale nell’ultimo mezzo secolo.

“Ma le donne musulmane che vanno in spiaggia in burkini scelgono di farlo liberamente, perché lo ritengono giusto”. Con questo argomento dal pragmatismo si passa a un’istanza genericamente liberale che prevede il rispetto per le scelte altrui compiute in piena coscienza e liberamente maturate. Il principio è giusto, ma siamo sicuri che si possa applicare a questo come ad altri casi nei quali le pressioni culturali e psichiche a conformarsi agiscono con forza inaudita?

E anche se si trattasse di una scelta apparentemente libera da parte delle donne musulmane, non potremmo concludere che si tratta di uno degli innumerevoli casi storici nei quali le persone compiono delle scelte lesive della loro dignità umana e contrarie ai loro interessi a non essere discriminate? Non possiamo considerarle vittime di quella stessa subordinazione psicologica e culturale che ha fatto sì che tanti dei nostri avi braccianti poveri e ignoranti accettassero come parte dell’ordine naturale e volute da Dio le tante umiliazioni che subivano dai potenti? Erano davvero libere, in un altro contesto culturale e religioso, le donne che “volontariamente” si gettavano nella pira dove ardeva il cadavere del coniuge? Sono libere le donne che si sottopongono “volontariamente” alla mutilazione genitale?

Il no al burkini appare quindi comprensibile e sostanzialmente giusto. A patto che sia accompagnato da motivazioni razionali e non da una forma di discriminazione verso l’Islam o dal tentativo di ingraziarsi le simpatie dell’elettorato lepenista in vista delle elezioni presidenziali. Perché sia così è necessario che si accompagni ad una lotta verso tutte le altre forme di discriminazione (economica, politica, culturale, materiale e simbolica) delle donne e di qualsiasi altro gruppo sociale, in qualunque contesto (non solo religioso).

Quel programma semplice, ma straordinario presentato a Parigi nel 1789 è ancora lontano dall’essere realizzato.

(22 agosto 2016)

venerdì 12 agosto 2016

L’uscita dall’euro non è un tema da “oracoli”

di Nadia Garbellini da economiaepolitica

 
La controversia sulla possibile implosione dell’attuale eurozona e sulle conseguenze di un abbandono della moneta unica risulta tuttora pervasa da un diffuso dogmatismo. I fautori dell’uscita dall’euro sono accusati di semplificare il problema e di restare volutamente nell’ambiguità per non affrontare la questione decisiva inerente a quale politica economica adottare e quali interessi sociali difendere una volta fuori dall’Unione. In alcuni casi si tratta di una critica assolutamente fondata. Tuttavia, è soprattutto tra i sostenitori della permanenza nell’euro che sembra prevalere una retorica banalizzatrice, che in alcune circostanze rasenta la superstizione. Molti di questi, infatti, continuano ad agitare lo spauracchio della catastrofe economica in caso di uscita dall’euro senza prendersi la briga di fornire la minima evidenza scientifica a sostegno delle loro predizioni. Questa tendenza all’oracolismo caratterizza non solo i giornalisti ma sembra diffondersi anche tra alcuni economisti e policymakers coinvolti nella discussione. Un celebre esempio è fornito dal Presidente della BCE Mario Draghi, che in un’intervista del 2011 sostenne che «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione» (Draghi 2011). Da queste poche parole diversi commentatori hanno tratto l’implicazione che uscire dall’eurozona determinerebbe una violenta caduta del potere d’acquisto dei redditi fissi, in particolare dei salari dei lavoratori. Nessuno, per quel che ci risulta, si è posto il problema di verificarle empiricamente.
In due studi realizzati con Emiliano Brancaccio e pubblicati sulla Rivista di Politica Economica e sullo European Journal of Economics and Economic Policies, abbiamo cercato di affrontare il tema dei possibili effetti di un’uscita dall’euro alla luce delle evidenze storiche disponibili. Basate su una statistica descrittiva e un’analisi inferenziale di un campione di 28 episodi di uscita da regimi di cambio fisso tra il 1980 e il 2013, le nostre ricerche si sono soffermate sulle ripercussioni di tali eventi su tre variabili: l’inflazione, i salari reali e le quote di reddito nazionale spettante ai lavoratori (Brancaccio e Garbellini 2014; 2015). Più di recente, da una applicazione di quella metodologia è scaturito il contributo di Realfonzo e Viscione (2015) i quali hanno esteso l’analisi ad altre variabili macroeconomiche, tra cui le esportazioni nette, la crescita del Pil e l’occupazione. La conclusione di Realfonzo e Viscione è la seguente: “ […] a meno di un auspicabile cambiamento in senso espansivo e redistributivo delle politiche europee, l’uscita dall’euro potrebbe essere la soluzione scelta da alcuni paesi in un futuro non lontano. E ciò potrebbe anche rianimare l’economia. Ma non è sufficiente un ritorno alla sovranità monetaria e alle manovre di cambio per cancellare, come d’incanto, i problemi legati alle inadeguatezze degli apparati produttivi o alla sottodotazione di infrastrutture materiali e immateriali. La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione dipendono […] più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano una volta tornati in possesso delle leve monetarie e fiscali”. Tali considerazioni hanno dato avvio a un interessante dibattito su questa rivista. Alcune delle repliche a Realfonzo e Viscione, però, sembrano avere eluso lo sforzo dei due autori, che condividiamo, di legare ogni giudizio sull’euro a precisi riferimenti analitici. In questo senso tali repliche rischiano anch’esse di assecondare una retorica di tipo “oracolistico”. A valle della discussione può dunque essere utile tornare sul terreno della ricerca, approfondendo ulteriormente alcuni aspetti salienti dei due studi la cui metodologia ha ispirato il recente contributo di Realfonzo e Viscione.
Provo innanzitutto a riassumere i risultati chiave dei nostri due lavori. In primo luogo, guardando i paesi ad alto reddito procapite, abbiamo rilevato che gli episodi di abbandono di regimi di cambio fisso sono associati a una crescita dell’inflazione di poco superiore a due punti percentuali nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, e addirittura a una riduzione dell’inflazione nei cinque anni successivi all’uscita rispetto ai cinque anni precedenti. Siamo giunti così alla conclusione che, per quanto riguarda i paesi ad alto reddito, il pericolo di una «grande inflazione» evocato da Draghi non trova riscontri storici adeguati. In secondo luogo, dalla parte inferenziale dei nostri studi è emerso che pure in presenza di aumenti dell’inflazione contenuti e temporanei, le uscite da regimi di cambio fisso risultano correlate in media a riduzioni non trascurabili dei salari reali e della quota di reddito nazionale spettante ai salari. D’altro canto, abbiamo fatto notare che si tratta di riduzioni non troppo diverse da quelle che già si stanno registrando dentro l’eurozona nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi. In terzo luogo, al di là degli andamenti medi, abbiamo segnalato che la dinamica dei salari reali e della quota di reddito spettante al lavoro è caratterizzata da un’alta variabilità tra paesi. In particolare, l’impatto sulle due variabili sembra cambiare molto a seconda dei diversi indirizzi di politica economica con cui i vari paesi affrontano l’abbandono dei cambi fissi: controlli sui movimenti di capitale, nazionalizzazioni e maggiori protezioni del lavoro potrebbero in questo senso essere associate a una sostanziale tenuta delle retribuzioni reali e delle quote salari, e talvolta addirittura a loro aumenti. L’importanza dei diversi modi in cui l’uscita viene gestita risulta confermata anche dall’analisi di Realfonzo e Viscione sugli andamenti della bilancia commerciale, del prodotto e degli occupati.
A quanto pare, dunque, le evidenze disponibili da un lato indicano che l’abbandono di un regime di cambio solleva svariati problemi, ma dall’altro segnalano che lo si può affrontare governando le variabili macroeconomiche, in particolare salvaguardando le retribuzioni dei lavoratori. E’ interessante notare che la letteratura mainstream non esclude questa eventualità ma tende ad associarla a un andamento negativo della produzione e dell’occupazione. Basti citare gli studi di Eichengreen e Sachs (1984) e di Fallon e Lucas (2002), dai quali emerge la tesi secondo cui l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione possono favorire la ripresa economica solo nella misura in cui siano accompagnati da una riduzione dei salari reali. Considerazioni simili sono state recentemente avanzate anche da altri economisti impegnati nel dibattito sull’euro, tra cui Michele Boldrin. Tali conclusioni vengono tuttavia criticate nel secondo dei due papers che abbiamo pubblicato: applicando la tecnica di Eichengreen e Sachs al nostro campione di episodi abbiamo rilevato che, dopo l’abbandono del cambio fisso, se una relazione tra salario reale e produzione esiste, essa non è affatto negativa ma al limite è positiva (vedi figura 1).
Figura 1 – Salario reale e indice di produzione industriale a seguito di crisi valutarie


Fonte: Brancaccio e Garbellini (2015)
E’ opportuno chiarire che le tecniche adoperate nei nostri studi non necessitano di alcuna ipotesi teorica del tipo “ceteris paribus”; esse pertanto non sono soggette alla critica che Paolo Guerrieri ha rivolto a quelle indagini sugli effetti dell’uscita dall’euro basate su una logica di “equilibrio parziale” (Guerrieri 2015). Una critica diretta alla nostra metodologia è invece provenuta da Angelo Baglioni dell’Università Cattolica, che in un dibattito televisivo  ha sostenuto che le passate esperienze di crisi dei regimi di cambio fisso non costituiscono un valido punto di riferimento per indagare sulle conseguenze che deriverebbero da un evento assolutamente eccezionale come l’uscita dall’euro. In particolare, Baglioni ha affermato che l’eventuale abbandono dell’euro da parte di un paese darebbe inizio a una sequenza di uscite a catena anche di altri paesi, determinando così effetti sistemici impossibili da prevedere sulla base delle evidenze passate. Questa tesi è stata in parte ripresa anche da Mauro Gallegati, con argomenti robusti e per più di un verso condivisibili (Gallegati 2015). Nel complesso, tuttavia, essa non può essere accolta. La rilevanza della storia passata nell’esame di possibili eventi futuri non va mai esagerata ma rinunciarvi completamente significherebbe rinchiudersi nello spazio fondamentale ma insufficiente della pura analisi teorica, senza alcun supporto proveniente dall’indagine empirica. Del resto, la stessa idea di Baglioni secondo cui l’uscita dall’euro provocherebbe abbandoni a catena della moneta unica e quindi costituirebbe per questo un evento eccezionale, è contestabile alla luce della stessa evidenza storica: uscite da regimi di cambio fisso che abbiano provocato tracolli valutari a catena si sono più volte verificate in passato, al punto da caratterizzare quella che in letteratura va sotto il nome di “terza generazione” di modelli sulle crisi valutarie.
Ovviamente, laddove gli “oracoli” possono agevolmente spaziare nella totalità dello scibile umano, la ricerca scientifica procede sempre a piccoli passi e su obiettivi circoscritti. In questo senso bisogna riconoscere che le nostre analisi gettano luce solo su alcune delle possibili conseguenze di un’uscita dall’Unione monetaria europea. Esse potranno quindi non soddisfare chi, come Salvatore Biasco, oggi sembra insistere sul convincimento che i principali effetti negativi di un abbandono dell’euro deriverebbero da una grave crisi sui mercati finanziari (Biasco 2015). Il problema è che queste, come altre obiezioni, non potranno mai essere valutate sul piano analitico se rimangono a un livello meramente narrativo. Più pregnante, a questo proposito, mi sembra il contributo di chi in questi mesi ha preso spunto da un modello del Levy Economics Institute per sostenere che anche le ripercussioni finanziarie di una eventuale uscita dall’euro dipenderebbero principalmente dalla capacità o meno di controllare i conti verso l’estero. La Grecia, da questo punto di vista, sembra trovarsi in una situazione di relativa difficoltà (Brancaccio e Zezza 2015). E l’Italia? Ecco una domanda alla quale sarebbe utile rispondere, possibilmente su robuste basi analitiche.
In definitiva, le evidenze di cui disponiamo sollevano una questione essenziale che viene troppo spesso trascurata sia dai nemici dell’euro che dai suoi apologeti e che è stata invece sottolineata dal “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel 2013: l’abbandono della moneta unica porrebbe i decisori politici di fronte a una scelta cruciale tra varie possibili modalità di gestione dell’uscita, ognuna delle quali avrebbe ripercussioni diverse sulle diverse classi sociali (AA.VV. 2013). E’ opportuno notare, a questo proposito, che in Italia e altrove le piattaforme politiche espressamente avverse all’euro si stanno sempre più intrecciando a proposte palesemente reazionarie, come la flat tax o la guerra agli immigrati. Gli interessi di classe che queste piattaforme intendono rappresentare sono in parte diversi da quelli che attualmente dominano la scena politica europea, ma non c’è nessun motivo logico per sperare che sarebbero maggiormente in sintonia con le istanze dei lavoratori e delle fasce più deboli della società. Anzi, è possibile che tali soluzioni reazionarie trovino a un certo punto una sintesi con quelle oggi prevalenti, in un accrocco perverso tra liberismo e xenofobia che è stato giustamente definito “gattopardesco”. Se la crisi europea dovesse intensificarsi, c’è motivo di ritenere che tali posizioni finirebbero per rafforzarsi. Se così andasse, un pezzettino di responsabilità ricadrebbe anche su quegli “oracoli” che pur di difendere la moneta unica hanno abbandonato il difficile campo della riflessione analitica preferendo quello ben più comodo del dogmatismo.

*Università di Bergamo

Bibliografia
AA.VV. (2013), The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 september. Sito web: www.theeconomistswarning.com.
Biasco, S. (2015). Euroexit, la domanda chiave è: cosa succederebbe ai mercati finanziari?, economiaepolitica.it, 9 febbraio.
Brancaccio, E., Garbellini N. (2014). Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio. Rivista di Politica Economica, luglio-settembre.
Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 2.
Brancaccio, E., Zezza, G. (2015), La Grecia può uscire dall’euro?, Il Mattino, 2 febbraio.
Draghi, M. (2011), FT Interview Transcript, Financial Times, edited by  Lionel Barber and Ralph Atkins, 18 December.
Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). Exchange rates and economic recovery in the 1930s, NBER Working Paper Series, National Bureau of Economic Research, 1498.
Fallon, P.R., Lucas, R.E. (2002). The impact of financial crises on labor markets, household incomes, and poverty: a review of evidence, The World Bank Research Observer, 17, 1, p. 21-45.
Gallegati, M. (2015). Europa politica o fine dell’euro, economiaepolitica.it, 10 marzo.
Guerrieri, P. (2015). Uscire dall’euro non conviene all’Italia e all’Europa, economiaepolitica.it, 20 aprile.
Realfonzo, R., Viscione A. (2015). Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari, economiaepolitica.it,22 gennaio.
 

giovedì 11 agosto 2016

Sapir: L’euro e la crisi politica

Un lucido Sapir collega chiaramente l’euro all’attuale crisi politica europea. La moneta unica ha privato i governi europei degli strumenti per agire in nome del benessere dei propri cittadini, violando anche il tacito patto, alla base delle democrazie, “no taxation without representation”. In questo modo, i governi appaiono deboli e incapaci di difendere i cittadini, che si rifugiano in sotto-comunità che sembrano meglio garantirli ma che finiscono per mettere tutti contro tutti. Questa strada porta dritta verso la guerra civile.

Di Jacques Sapir, da vocidall'estero 1 agosto 2016

La questione della compatibilità tra l’euro e la democrazia si pone oggi con una rilevanza molto particolare. Questa moneta ha imposto alla Francia di cedere la propria sovranità monetaria ad un’istituzione non eletta, la Banca Centrale Europea. Essa impone ora alla Francia di cedere alla Commissione Europea, altra istituzione non eletta, interi settori della politica fiscale e di bilancio. Cosa resta allora del patto politico fondamentale che vuole che il potere di tassare un popolo venga ceduto solo in cambio del controllo sovrano dei rappresentanti del popolo sul bilancio del paese in questione?
Questo processo era già iniziato nel periodo precedente (dal 1993 al 1999) con l’istituzione di uno status di indipendenza della Banca di Francia. Ma questo status aveva senso solo nell’ottica dell’imminente implementazione dell’euro. Constatiamo, tuttavia, che questo primo abbandono della sovranità fu decisivo.
La perdita delle caratteristiche democratiche creata dall’euro ha conseguenze drammatiche per il nostro paese. Questa perdita provoca una erosione inevitabile del patto repubblicano e rischia, a causa delle sue conseguenze, di condurci alla guerra civile.
L’euro prima dell’euro
L’indipendenza della Banca di Francia, introdotta dopo il trattato di Maastricht, è stato un passo decisivo per la perdita della sovranità monetaria. Tuttavia, l’indipendenza delle banche centrali è in realtà parte del processo messo in opera. Tuttavia, quello che implica il primo abbandono della sovranità è ancora più importante dell’abbandono stesso. Una volta che viene lasciata ad altri la scelta della politica monetaria, si deve ammettere che questi ‘altri’ determineranno con le loro azioni le regole di bilancio che è necessario seguire. Privato della sua libertà di variare i parametri della politica monetaria, il governo perde uno dei principali strumenti di politica economica. Ma esso perde anche, in parte, il controllo delle sue risorse fiscali, perché queste sono strettamente correlate al livello dell’attività economica, e al tasso di inflazione. Infatti, le risorse fiscali sono grandezze nominali (e non grandezze reali). Più alto è il tasso di inflazione, maggiori saranno le risorse fiscali. Si noti, infine, che parte del deficit pubblico è un “debito” simile a quello che gli agenti privati emettono per avviare un’attività produttiva. Quindi si pone la questione del suo acquisto, in tutto o in parte, da parte della Banca centrale. Ma questo è vietato dall’euro.
Le consequenze politiche dell’euro
Non si può più regolare la politica monetaria secondo i bisogni dell’economia, il governo deve piegarsi a norme rigorose in materia di bilancio e fiscali. Se un’entità esterna stabilisce ora la politica monetaria, alla fine questa stessa potrà impostare le regole di bilancio e fiscali. Questo è quello che il nuovo trattato, o trattato di stabilità, coordinamento e governance, adottato nel settembre 2012, ha istituzionalizzato. Se il processo di bilancio sfugge al il controllo del governo, lo stesso vale per il processo fiscale. Tuttavia, il fondamento di TUTTE le democrazie risiede nel fatto che i rappresentanti del popolo, il Parlamento, deve avere – lui solo – l’ultima parola sul bilancio e sul fisco. Siamo quindi tornati alla situazione precedente al 1789. Il collegamento tra il cittadino e il contribuente è stato interrotto.
L’euro e la crisi politica
Ecco la causa della crisi democratica. Si manifesta prima come una forte astensione durante varie elezioni. Poi si manifesta anche con una repulsione verso diverse comunità e l’ascesa del “comunitarismo”. Oppure questa ascesa del comunitarismo prende ormai una piega tragica con gli attacchi di “jihadisti” sul territorio nazionale. Da questo punto di vista, la situazione è stata aggravata dal lassismo e dalla complicità dello stato e di alcuni dei suoi eletti al clientelismo [1] con i rappresentanti di questa ideologia.
Si deve imperativamente porre fine a queste pratiche. La politica dell’abbandono della politica da parte dei politici non può che condurre il paese alla tirannia o alla guerra civile. Ma questo richiede di ridare ai politici le capacità di agire con tutti gli strumenti necessari.
I francesi si sentono ormai sempre meno cittadini – e soprattutto perché dovremmo smetterla di macchiare questa parola in maniera totalmente inappropriata – essi si ritirano verso quello che sembra fornire protezione: le comunità religiose, le comunità di origine… In tal modo si precipitano nella guerra civile. Questa è la critica più radicale che possiamo fare all’euro: quella di strappare in maniera decisiva il tessuto sociale e di mettere, letteralmente, i francesi, gli uni contro gli altri. Nella logica dell’euro non c’è altro che quello che descrive Hobbes: la guerra di tutti contro tutti.
Se consideriamo tutti gli aspetti, economici, sociali, fiscali, ma anche politici, l’euro ha avuto, per quasi 17 anni ormai, un ruolo estremamente negativo. Privando i governi dei mezzi per agire, esso accredita l’idea della loro impotenza. Non abbiamo finito di pagarne il prezzo.

[1] Vedere Pina C., Silence Coupable, Paris, Kero, 2016.

lunedì 8 agosto 2016

Le Olimpiadi delle sciocchezze: non è la corruzzzione il problema del Brasile. E' la macro, bellezza!

da Politica&EconomiaBlog

Indignati per la disinformazione di stampa e tv italiana per cui tutti i problemi del Brasile (e dell'Italia) si risolvono nella corruzione, con la gentile autorizzazione del direttore di Critica marxista, il prof. Guido Liguori, ripubblichiamo un tempestivo intervento di Franklin Serrano e Luiz Melin (Università Federale di Rio de Janeiro) comparso nel n. 1 del 2016.


ASPETTI POLITICI DELLA DISOCCUPAZIONE: LA SVOLTA NEO-LIBERISTA IN BRASILE

Franklin Serrano e Luiz Eduardo Melin



Dal 2011 si è avuta una netta virata di politica economica del governo, con l’intento di ridurre il ruolo diretto dello Stato nell’economia.
Il Pt al potere ha tradizionalmente la tendenza a evitare lo scontro diretto con le classi proprietarie conservatrici. Ma un programma che ambisca all’emancipazione delle classi subalterne non può che essere fonte di conflitto.
Specie dove non solo la distribuzione del reddito ma anche quella della proprietà è fortemente sperequata, come in Brasile.

Il repentino cambiamento di pro-spettive dell’economia brasiliana dopo i brillanti risultati di appena pochi anni fa ha preso in contropiede ovunque nel mondo commentatori, analisti esperti, smali- ziati operatori di mercato. Nel corso del 2015, si sono succedute previsioni negative («Un’economia sull’orlo del precipizio», «L’economia brasiliana perde colpi», «Il peggio deve ancora venire»), espressioni di sconcerto («Cosa è successo al Brasile?», «L’andare e venire dell’economia brasiliana», «L’incredibile storia del Brasile dalla crescita al declino») e, più recentemente, di vero e proprio allarme sul destino del paese sudamericano («Secondo Goldman Sachs il Brasile è precipitato in piena depressione»).

Nonostante l’autoassoluzione da parte delle autorità, le sofferenze del Brasile non sono che il frutto delle sue stesse azioni, come spesso accade. Un esame dell’insieme di scelte di politica economica, il cui disegno complessivo è stato chiaramente indicato dal governo brasiliano – e dei sottostanti obiettivi politici generali, spesso esplicitati con analoga chiarezza – servirà a dimostrare questa affermazione, e a mettere in guardia altri paesi emergenti dal prendere una simile strada. 


Dal rallentamento alla stagnazione al collasso
Le origini della caduta del 3,8% del Pil brasiliano nel 2015 possono essere ricondotte alle politiche at- tuate nel corso della prima amministrazione Rousseff 1.
Tra il 2011 e il 2014, la crescita economica del Brasile si è dimezzata, passando al 2,1% medio annuo, contro il 4.4% annuo del periodo 2004-2010. Questo netto rallentamento non è che un effetto di una serie di cambiamenti promossi dal governo del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, Pt) guidato dalla presidente Dilma Rousseff.
Dal 2011 al 2014 abbiamo assistito a una netta virata di politica economica, con l’intento dichia- rato di ridurre il ruolo diretto dello Stato nell’economia, sebbene siano rimaste in vigore, in quel periodo, importanti politiche di inclusione sociale volte a ridurre la disuguaglianza.
L’obiettivo principale di questo cambiamento era segnalare l’abbandono della efficace strate- gia di crescita seguita fino al 2010, basata su un ruolo centrale del settore pubblico. Tale strategia, come è noto, era stata condotta principalmente mediante il duplice ruo- lo del settore pubblico (incluse imprese pubbliche e banche pubbli- che) nello stimolare la domanda aggregata e nel generare cambiamenti strutturali dal lato dell’of- ferta attraverso investimenti pub- blici.
Questa strategia di sviluppo ha consentito di raggiungere obiettivi di crescita sostenuta accanto a una significativa riduzione della disuguaglianza. A loro volta, questi cambiamenti sia nella matrice sociale del Brasile che nelle relazioni sul mercato del lavoro hanno generato una crescente resistenza politica da parte delle comunità finanziarie e imprenditoriali del paese. Perfino al culmine della prosperità, i grandi organi di informazione e gli economisti legati alle grandi banche (o da esse sponso-izzati) hanno espresso a gran voce la loro contrarietà.
A partire dalla fine del 2010, nel tentativo di placare le sempre più insistenti critiche da parte di grandi imprese, banche, opposizione e organi di stampa, la presidente Rousseff e il suo partito (con il sostegno pubblico dell’ex-presidente Lula da Silva) hanno deciso di sposare l’opinione secondo cui il governo stava intervenendo “troppo” nell’economia. Anziché continuare ad agire da stimolo all’espansione della domanda aggregata, il ruolo economico del governo si è spostato sensibilmente (e apertamente) nella direzione di rallentare la crescita della domanda interna e di fornire incen- tivi agli investimenti privati, sotto forma di sostanziosi sgravi fiscali alle imprese, accompagnati da una riduzione (poi rapidamente rientrata) dei tassi di interesse e una prima rilevante svalutazio- ne del cambio. Allontanandosi dalla più tradizionale teoria del trick- le-down (sgocciolamento), la logi- ca di tale politica era quella di stimolare il settore privato a guidare la crescita economica, piuttosto che andare a rimorchio dell’investimento pubblico e dei trasferi- menti sociali, come nel decennio precedente.
Tuttavia, questo cambiamento di politica inaugurato nel 2011 si è dimostrato inefficace, dato che alla drastica riduzione degli investimenti del settore pubblico non si è accompagnato alcun au- mento negli investimenti privati e nelle esportazioni nette. Gli effetti negativi si sono amplificati quando la combinazione tra un clima eccezionalmente secco e la cattiva gestione delle direttive di politica energetica imposte a Eletrobras, la grande impresa pubblica del settore elettrico, hanno spinto il paese nel 2014 sull’orlo di un seria scarsità energetica, nonostante la debole dinamica della domanda di elettricità (a causa della progressiva decelerazione dell’attività economica in ciascuno dei prece- denti quattro anni).
Invece di ritornare alla traiettoria di politica economica del 2006-2010, che aveva dato ot- timi risultati, cercando semmai di aumentare la capacità di pro- grammazione a lungo termine tra- mite migliori politiche per la tecnologia e le infrastrutture, la seconda amministrazione Rousseff (insediatasi nel gennaio 2015) ha deciso di scommettere ancor di più sulla strategia basata sul mercato. Fin dal primo giorno del nuovo mandato, il governo si è impegnato a fondo nell’adozione delle politiche che avevano costituito, nel corso della campagna elettorale del 2014, la bandiera dell’opposizione conservatrice sconfitta.
Di fatto, il governo Rousseff è andato ben oltre. Lavorando di concerto con la temibile industria finanziaria brasiliana (il nuovo ministro delle Finanze proveniva direttamente dal consiglio di amministrazione della più grande banca privata del paese), il governo guidato dal Pt ha adottato una versione molto più radicale delle ricette di austerità prevalenti in molti paesi dell’emisfero settentrionale oltre che nelle istituzioni multilaterali.
La svolta neoliberista si è materializzata in una inedita combinazione di tagli alla spesa pub- blica, rialzi successivi dei tassi di interesse, una serie di misure di disincentivazione del credito e forti aumenti nei prezzi dei servizi di pubblica utilità. Dispiegando simultaneamente ogni possibile strumento di politica che potesse rallentare la crescita economica, e lasciando che si verificasse una notevole svalutazione del cambio, le autorità brasiliane hanno creato una tempesta perfetta di austerità che ha precipitato il paese in quel- la che è diventata la peggior recessione dal 1990, con una perdita netta di 1,5 milioni di posti di lavoro regolari negli ultimi dodici mesi. 


La versione del governo brasiliano
Visto che cinque anni di indicatori macroeconomici in continuo deterioramento, e ultimamente in vero e proprio collasso – compresi otto trimestri consecutivi di caduta degli investimenti – non sono fa- cilmente occultabili soprattutto per un’economia delle dimensioni del Brasile, la linea ufficiale è stata attribuire alle condizioni internazionali avverse quelli che sono in realtà i risultati negativi di pre- cise scelte politiche. Non una linea ufficiale particolarmente creativa, e appena difendibile: fare della “crisi internazionale” il responsabile dell’attuale situazione difficile del Brasile è un po’ come attribuire la colpa del naufragio del Titanic ai cambiamenti climatici2.
Perfino a un’analisi elementare, si nota che i cambiamenti nelle condizioni economiche esterne, come l’andamento e la composizione del saldo commerciale o la disponibilità di finanza internazio- nale, possono aver avuto un impatto diretto minimo sulla performance dell’economia brasiliana negli ultimi cinque anni. È vero che le esportazioni brasiliane sono cresciute molto lentamente fra il 2011 e il 2014 (1,6% l’anno in media), essenzialmente come risultato della debolezza del commercio mondiale, combinata con una drastica caduta dei prezzi delle commodity. Tuttavia, questa perfor- mance certamente deludente ha avuto un effetto trascurabile sulla domanda aggregata, se si tiene conto del peso molto limitato delle esportazioni nel Pil brasiliano (11% circa), e dell’elevato contenuto di importazioni di molte esportazioni brasiliane.
Ciò che è ancor più rilevante è che il Brasile non ha dovuto affrontare nemmeno la più remota minaccia di una crisi di bilancia dei pagamenti in nessun momento della sua traiettoria dalla decele- razione alla stagnazione al crollo. Il debito estero è rimasto a livelli storicamente bassi (al di sotto del 16% del Pil) dal 2010 al 2014, ed è diminuito ancora fino al giugno 2015, mentre le riserve di valuta estera erano a livelli storicamente elevati per tutto il periodo e at- tualmente, a 370 miliardi di dolla- ri Usa, rappresentano non meno del 20% del Pil.
Nonostante questa posizione notevolmente solida di bilancia dei pagamenti, la minaccia di un declassamento della valutazione del debito sovrano brasiliano da parte delle agenzie internazionali (poi materializzatasi nel marzo 2015) è stata ripetutamente invocata sia da economisti vicini ai mercati finanziari sia da funzionari pubblici come argomentazione fondamentale per giustificare la neces- sità di tagli ancora più profondi alla spesa e più ampie misure di austerità. Dunque una confusione tra debito pubblico interno denominato in valuta locale e passività estere (sia private che pubbliche) in valuta internazionale è stata introdotta nel cuore del dibattito economico brasiliano e usata come chiave di volta per giustificare politiche restrittive dapprima preventive e poi correttive.
Questo rudimentale artificio retorico è stato condotto a un massimo di confusione concettuale quando Standard &Poor’s ha riaffermato testualmente la solida posizione in valuta estera del Brasi- le nel corpo di quello stesso documento che annunciava, ai primi di Settembre, la perdita dello status di investment-grade per i debiti esteri del paese.
L’agenzia di rating ha giustificato la scelta di declassare i titoli del Brasile con la «performance fiscale» e con la «crescita del debito netto del governo». Il rapporto peraltro menziona le «ridotte necessità di finanziamento esterno» del Brasile e il «suo elevato livello di riserve internazionali».
Dal punto di vista macroeconomico ciò solleva non pochi dubbi, dato che è per definizione impossibile che un governo sia costretto a fare default sul debito interno denominato nella propria valuta. In qualunque paese, se la Banca centrale può comprare e vendere qualsiasi ammontare di titoli pubblici a breve termine sul mercato secondario al fine di fissare il tasso di interesse di riferi- mento, tutti i titoli non acquistati dal settore privato possono (e normalmente sono) acquistati dalla banca centrale stessa al tasso stabilito. Per qualche ragione, questo semplice fatto della finanza pubblica sembra sfuggire tanto ai fautori brasiliani di una sempre crescente austerità quanto agli in- flessibili analisti delle agenzie di rating statunitensi.

Per essere onesti, dopo il Brasile S&P ha declassato anche i titoli pubblici giapponesi (e perfi- no quelli statunitensi qualche tempo fa), confermando così che la peculiare concezione macroecono- mica dell’agenzia di rating non è né ristretta al Brasile né diretta specificamente contro di esso. Quando sono state chiamate in causa negli Usa (e in Europa) per il loro ruolo nella crisi finanziaria del 1997, le agenzie hanno affermato attraverso i loro legali che le loro valutazioni sono «semplicemente un’opinione», dunque protette dalla libertà di espressione, e non dovrebbero essere considerata altro3.
Evidentemente la presidente Rousseff ha preso molto sul serio queste «semplici opinioni», tanto che il declassamento da parte di S&P è stato utilizzato per giustificare un altro round di tagli. Le opi- nioni delle agenzie di rating tuttavia sono state accolte solo selettivamente, dato che ministri e funzionari hanno molto sottolineato la necessità di contenere il debito pubblico (interno) lordo, quando il rapporto di S&P faceva specifico riferimento al problema costituito dal debito pubblico netto.
Dunque, nonostante le esportazioni non siano in Brasile una fonte diretta di domanda ag- gregata particolarmente significativa, e che da anni il Brasile goda di un buon livello di riserve inter- nazionali e di livelli relativamente bassi di debito estero – in altre parole, nonostante non vi siano minacce di problemi di bilancia dei pagamenti all’orizzonte – la crisi internazionale è stata additata come responsabile della spirale ne- gativa causata invece dalle politi- che restrittive e ortodosse. 


Quota dei salari e conflitto distributivo
Fino a poco tempo fa le autorità brasiliane hanno utilizzato una consunta retorica per giustificare quella batteria di misure di austerità che in effetti ha fatto deragliare l’economia. Ciò è avvenuto da un lato nella forma appena descritta di «è colpa della crisi internazionale», dall’altro ricorrendo all’idea che le sofferenze fiscali (e, nel caso del Brasile, anche mone- tarie e creditizie) siano l’unico modo per assicurarsi i benefici della crescita futura – la ben nota argomentazione della «austerità espansiva».
Emerge tuttavia come il proposito (fino a poco tempo fa recondito) di questo insieme di politiche sia indebolire la forza contrattuale dei lavoratori mediante riduzioni dei salari reali e aumento della disoccupazione. A differenza di ciò che accade nelle economie avanza- te occidentali, il complesso istituzionale che protegge gli interessi del lavoro in Brasile è relativamente debole e manca di influenza sia organica che partitico-politica. Dunque gonfiare i ranghi dei disoccupati ha il vantaggio aggiuntivo di ridurre la resistenza all’introduzione delle misure neoliberiste necessarie per annullare i benefici conquistati dai lavoratori nel decennio precedente, percepiti come eccessivi.
Nel giugno 2015, il ministro delle finanze Joaquim Levy ha di- chiarato a un pubblico di dirigen- ti d’azienda, alla presenza della stampa locale e internazionale, che era tempo di «ripensare il paese» e che lui intendeva «abbandonare la retorica e affrontare alcune realtà». Il suo obiettivo è stato esplicitamente dichiarato: «Dobbiamo contrastare questa tendenza alla riduzione dell’offerta di lavoro». Secondo il ministro Levy, vi erano persone che precedentemente «non volevano partecipare al mercato del lavoro, che ora saranno costrette a cercarsi un lavoro», aumentandone in tal modo l’offerta. Come corollario, al pubblico è stato comunicato che «non vi può essere crescita economica senza un aumento dell’offerta di lavoro».
Poco importa che, nel soste- nere questo, il ministro abbia commesso un errore piuttosto grossolano di teoria economica. Perfino secondo i precetti della teoria ortodossa (neoclassica) cui apertamente aderisce, è naturalmente solo una forza lavoro pienamente impiegata che genererebbe crescita – e non un aumento del numero dei disoccupati, che per definizione non producono nulla.
Ma politicamente la diagnosi di Levy era corretta, sebbene un po’ brutale. La forza contrattuale dei lavoratori brasiliani è stata molto accresciuta, forse involonta- riamente, da un mercato del lavoro teso tra il 2006 e il 2014, oltre che da efficaci politiche sociali in- trodotte in quel periodo dal governo del Pt. La disoccupazione si è ridotta notevolmente e i salari reali del settore formale sono aumentati costantemente, a un tasso regolare del 3% l’anno, a partire dal 2006. Ancor più fondamentale è il fatto che la quota dei salari nel Pil, dopo aver raggiunto un minimo nel 2004, è da allora aumentata di continuo.

Sulla spinta di pressioni provenienti dagli ambienti imprendi- toriali (nonostante i livelli record di profitti raggiunti nel decennio precedente) e, con particolare forza, dai media e dai partiti di opposizione, nel 2015 il governo del Pt ha iniziato ad agire con determinazione per invertire la rotta, mediante misure di crescente durezza.
La rapida generazione di disoccupazione per mezzo di politiche radicali di austerità, e il dra- stico cambiamento nella distribuzione a danno dei salari, hanno creato un clima politico in cui è possibile diminuire considerevolmente la dimensione e l’importanza dello stato nell’economia. Ciò, a sua volta, prepara il terreno per l’ulteriore arretramento dei guadagni distributivi, tutele del lavo- ro e benefici sociali messi in campo dal 2003, in parte già smantellati o ridotti significativamente.
Molti militanti del Pt, dei movimenti sociali e dei sindacati sono stati colti di sorpresa da que- sta improvvisa e inequivocabile conversione all’agenda neoliberista che avevano a lungo combattu- to, e i cui costi sono pagati soprattutto dalla loro base operaia.
Questa reazione, sebbene comprensibile, è profondamente ingenua. Un esame ravvicinato della sua storia trentennale rivela che il Pt ha una tradizione consolidata nell’evitare, una volta al po- tere a livello locale, statale o federale, lo scontro diretto con le classi proprietarie conservatrici. Seb- bene sinceramente desiderosi di promuovere il cambiamento sociale, i vertici del Pt sono stati a lun- go guidati dal credo del consenso, secondo il quale non vi è situazione nella quale non si possa rag- giungere un compromesso che eviti di alienarsi la ricca élite brasiliana, cercando al contempo di mi- gliorare le condizioni di vita dell’enorme massa della popolazione.
Questa speciale varietà di filosofia politica improntata alla “cordialità” può sembrare a sento credibile se si considera che il Brasile è l’unico paese che figura contemporaneamente fra le prime venti economie mondiali e fra i primi venti paesi nella graduatoria delle più sperequate distribuzioni del reddito. Tuttavia, questa quadratura del cerchio era sembrata possibile fino al 2011, sull’onda di una situazione particolarmente favorevole del cambio, combinata con l’eccezionale crescita sia dei consumi che dei profitti che ha seguito l’apertura del grande flusso di spese per l’inclusione sociale.

Man mano che i conflitti distributivi, inizialmente sporadici, si sono inaspriti, e che la critica ideologica ha ceduto il passo all’aperto antagonismo di classe, il precedente stato d’animo autocompiaciuto diffuso tra i vertici del partito si è tramutato in diffidenza e allarme. Di fronte a un nuovo Congresso ostile dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2014, e appesantiti dalla propria non trascurabile dipendenza dai finanziamenti di grandi imprese e banche, i leader del Pt hanno trasformato la loro malleabilità e tendenza al compromesso in una completa e inedita capitolazione politica.
 

A caccia della corruzione “rossa”
A un osservatore esterno può sembrare interessante notare che nel dibattito pubblico in Brasile non hanno praticamente alcun peso tutti i cruciali fattori economici e politici menzionati finora. Qual- siasi visitatore dal 2014 in poi riporterebbe un racconto simile, di un intero paese che quotidiana- mente è interamente concentrato su questioni non di politica, ma di polizia.
Almeno a partire dagli ultimi giorni del Presidente Vargas, nei primi anni 1950, la corruzione pubblica è stata la tattica politica vincente dell’establishment brasiliano conservatore, ogni volta che si ritenesse urgente correggere rapidamente una situazione percepita come indebitamente sbilanciata a favore del lavoro6. E questa è proprio la percezione che ha preso corpo nel corso dell’amministrazione Rousseff, e si è consolidata con la sconfitta del candidati di centro-destra Aecio Neves e Marina Silva nelle elezioni del 2014.
Sebbene fin dai primi giorni del suo mandato le politiche della presidente Rousseff di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e di promuovere sgravi fiscali incondizionati alle imprese avessero il chiaro intento di compiacere il settore privato brasiliano e gli investitori esteri, la cattiva gestione economica e politica ha fatto sì, a guardare i risultati alla fine del primo mandato nel 2014, che nes- suno sia stato favorito da queste politiche. Le imprese hanno visto diminuire crescita e livelli di pro- fitto e crollare gli investimenti, mentre il mercato del lavoro è rimasto teso. Anche i lavoratori ave- vano poco da festeggiare, data la stagnazione (e poi la caduta) del reddito disponibile delle famiglie, e la sempre minor disponibilità di posti di lavoro.
Dal punto di vista della tradizionale élite economica e politica del Brasile, diveniva chiaro che il cambiamento doveva essere molto più profondo e rapido. Chi conosce le abitudini politiche brasiliane non dovrebbe dunque meravigliarsi se le inveterate e poco trasparenti prassi contrattuali seguite dall’impresa di Stato Petrobras (operante nel settore del petrolio e del gas) sono diventate all’improvviso uno scandalo e trattate alla stregua di un’emergenza nazionale.
Forse meno universalmente noto, al di fuori del Brasile, è il fatto che questa volta il discorso anti-corruzione non ha guadagnato il centro della scena politica grazie agli sforzi della sola opposizione conservatrice, ma è stato in effetti introdotto nel dibattito pubblico e considerato prioritario dalla stessa presidente Rousseff. Fin dal suo insediamento nel 2011 ha ripetutamente sottolineato il suo impegno contro i «malfattori» e la corruzione – rapidamente soprannominata dalla stampa nazionale e internazionale come l’operazione «pulizia» (faxina).
Ma per la fine del 2013 il comando dell’operazione anticorruzione era passato di mano. Non si trattava più di produrre frasi a effetto mediatico, di sostituire questo o quel ministro o di introdurre requisiti regolamentari, fra l’altro sempre più gravosi, come il governo del Pt aveva fatto fino a quel momento.
Qualche mese prima erano iniziate inchieste negli affari di Pe- trobras condotte da gruppi chiara- mente ostili al partito al governo, e quando sono venute alla luce le prime indicazioni del coinvolgi- mento di politici, la presidente Rousseff e l’ex-presidente Lula da Silva sono ovviamente diventati gli obiettivi privilegiati, nonostante il fatto che fossero ugualmente implicati nella vicenda anche esponenti dell’opposizione.
La risonanza pubblica della campagna mediatica che ne è derivata è stata ulteriormente amplificata dal desiderio di visibilità di giudici e pubblici ministeri politicamente ambiziosi, le cui azioni sono state regolarmente accolte dall’acclamazione dei grandi organi di informazione apertamente simpatizzanti per l’opposizione. Anche questo di per sé rappresenta uno sviluppo inedito, che segna un importante cambiamento rispetto a un’antica tradizione di autentica indipendenza dei magi- strati brasiliani dalla politica, e che potrebbe aggiungere in futuro una nuova dimensione all’uso poli- tico della lotta alla corruzione.
Tanto per non smentirsi, il governo Rousseff ha trattato il caso Petrobras come una questione scottante da cui tenersi alla larga. Questa strategia è a dir poco problematica, dato che il governo de- tiene una quota di controllo nella compagnia, la cui importanza economica e strategica è tale che regolarmente membri dell’esecutivo vengono designati a far parte del suo consiglio di amministrazione.
Questa strategia di “splendido isolamento” nel caso Petrobras non solo non ha comportato alcun guadagno di immagine o dividendo politico per il governo, ma in ultima analisi ha comportato costi finanziari rilevanti per la compagnia stessa. Con i media locali che per mesi hanno dedicato le prime pagine a indiscrezioni e fughe di notizie sulle indagini della polizia federale sul caso Petrobras, i movimenti speculativi dei mercati sono divenuti, come era da aspettarsi, più frequenti.
La distaccata indifferenza del socio di maggioranza ha fatto sì che l’esito di tali movimenti speculativi sul valore di borsa della compagnia sia stato passivamente accettato come un giudizio sull’au- tentico valore patrimoniale di Petrobras. In assenza di misure correttive, il susseguirsi di ondate speculative ha seriamente deteriorato il merito di credito della compagnia fino a creare, in qualche cir- costanza, vincoli di credito laddove non esistevano.

Di fronte al turbinio quotidiano di accuse, gli scrupoli del gover- no, volti ad accreditarsi come più rigoroso e “pulito” rispetto alla vicenda Petrobras di quanto le autorità giudiziarie e gli stessi organi di stampa chiedessero, sono arrivati al punto di congelare i massicci programmi di investimento della com- pagnia. L’effetto a catena della considerevole riduzione di ordini del gigante petrolifero sulla sua impo- nente rete di fornitori ha colpito diversi settori economici, non ultimo quello dei cantieri navali.
Il crollo di popolarità che è seguito allo scandalo Petrobras, unito a una pessima gestione del- le alleanze sia nel Congresso che nel governo, ha messo l’amministrazione Rousseff in una posizio- ne politica molto fragile.
Questo a sua volta ha reso ancora più facile la virata della politica economica verso un’auste- rità sempre più severa, accentuando al contempo la propensione dei leader del Pt, dopo le elezioni dell’ottobre 2014, a fare tutto il possibile per venire incontro alle esigenze del “mercato” (leggi gran- di gruppi privati, grandi banche, organi di informazione).

La perdita di posti di lavoro e la recessione provocate dall’austerità hanno contribuito ad ero- dere ulteriormente il sostegno popolare al governo, chiudendo così il cerchio.
Se il Pt dovesse affrontare le prossime elezioni amministrative ancora associato, agli occhi degli elettori, con la recessione, la disoccupazione e la corruzione, le prospettive, stando agli attuali indici di gradimento (intorno al 10%) sarebbero alquanto fosche.
L’inversione di rotta
Le politiche economiche dell’attuale governo brasiliano non vanno frettolosamente giudicate come fallimentari. Può ben essere vero che i risultati di queste politiche siano deludenti se giudicati a fron- te dei numerosi enunciati formali di adesione incondizionata ai precetti della prediletta dottrina orto- dossa. Tuttavia, se giudicate in termini degli obiettivi enunciati dal Ministro delle Finanze, biso- gna ammettere che esse sono state piuttosto efficaci.
In primo luogo, il tasso di disoccupazione è schizzato verso l’alto, arrivando secondo i dati uffi- ciali al 7,9% in novembre, e quindi aumentando la riserva disponibile di lavoro la cui esiguità veniva con- siderata un ostacolo alla crescita futura. Inoltre, l’inflazione è salita considerevolmente, giungendo al 10,48% – il tasso più alto registrato negli ultimi due decenni e molto al di sopra del limite superiore dell’obiettivo ufficiale (6,5%).
Dato che l’attuale ruolo della più elevata inflazione è far diminuire i salari reali, che a lungo sono stati considerati dal governo e negli ambienti imprenditoriali come fonte, nel decennio precedente, di eccessive “pressioni sui costi”, non è stato fatto alcun tentativo per impedire una forte svalutazione e aumenti delle tariffe dei servizi di pubblica utilità per tutto il 2015. Semmai, questi sono stati salutati da ministri dei governi locali come una «correzione di squilibri nei prezzi relativi». L’effetto combinato di questi due risultati – crescita della disoccupazione e crollo dei salari reali – si riflette in una riduzione, negli ultimi dodici mesi, del 10,4% in termini reali del monte salari complessivo dell’economia brasiliana.
La gente comune in Brasile ha già il problema della scarsa e decrescente qualità dei servizi pubblici. Con una mossa che non viene normalmente contemplata tra i requisiti tecnici di una politica di austerità, il governo ha sospeso i pagamenti ai fornitori di istituzioni pubbliche come ospedali e università. Sebbene ciò provochi un’interruzione della fornitura di beni e servizi, e dunque colpisca la qualità dei servizi pubblici normalmente utilizzati dai segmenti meno ricchi della popolazione, questo artificio non produce alcun effetto positivo sui parametri fiscali, sulla base degli standard internazionali di contabilità.
Queste politiche concorrono, con la parata quotidiana di “scandali” e accuse amplificata dal costante clamore dei media, a creare l’opinione diffusa che lo stato sia inefficiente e corrotto, il che spiana ulteriormente la strada all’adozione di misure neoliberiste a più largo raggio e più strutturali.

È interessante notare che l’ex-presidente Lula e il Pt avevano condotto un’opposizione in par- te riuscita, nel corso degli anni Novanta, sia all’austerità macroeconomica che alle riforme neoliberiste, il che all’epoca aiutò il Brasile a sfuggire alle forme più brutali di neoliberismo sperimentate in America Latina. Venti anni dopo si è chiuso il cerchio.
Attualmente, un governo guidato dal Pt si fa fautore dell’intero armamentario delle misure di austerità e di riforme legislative lesive dei diritti dei lavoratori. La priorità assegnata a questa agen- da politica è sottolineata dal fatto che il primo atto inviato al Congresso nel secondo mandato della presidente Rousseff (alla vigilia dell’insediamento) tagliava simultaneamente l’accesso ai sussidi di disoccupazione, l’indennizzo per i lavoratori in sospensione temporanea, i benefici per i dipendenti in malattia e le pensioni di reversibilità.
Le priorità legislative del governo Rousseff non si limitano ai diritti del lavoro e alle misure di “aggiustamento fiscale” (l’eufemismo che va per la maggiore). Nel 2015 si è impegnato alacremente nella modifica alla Costituzione per fare della sicurezza pubblica una materia federale e nell’approvazione di una legge sul terrorismo che introduce la novità di rilievo della possibilità di considerare i danni alla proprietà come veri e propri atti di terrorismo.
Anche le priorità del Brasile in politica estera sono state visibilmente alterate. Per un decennio la strategia era stata l’affermazione della leadership regionale e la crescita della presenza del paese nei mercati emergenti in rapida espansione dell’America Latina e dell’Africa. Tra il 2003 e il 2010, il paese ha sollecitato la creazione di istituzioni e meccanismi di coope- razione regionali, ha aperto solo in Africa diciannove ambasciate e ha decuplicato i finanziamenti al commercio.
Questi temi hanno ora poco spazio sia nelle azioni che nei di- scorsi ufficiali del governo. Nell’e- ra Rousseff il Mercosur sembra ormai più un peso che una risorsa, mentre le già sporadiche visite in Africa sono del tutto cessate da due anni. Soprattutto, a seguito di una protratta campagna di stampa che dipingeva il sussidio pubblico alle esportazioni come potenzialmente corrotto, i finanziamenti al commercio sono stati dimezzati, a partire dal già basso livello del 2014. La modesta quota di mercato del Brasile come fornitore di manufatti e di servizi di ingegneria alle economie emergenti si è già ridotta e ci si aspetta che si contragga nettamente nei prossimi anni.
I nuovi temi di politica este- ra che assorbono le energie del go- verno sono la «convergenza della regolamentazione» con Stati Uniti ed Europa, e il cambiamento climatico (l’ex-ministro degli Esteri era stato scelto per le sue competenze in questo campo). Le ambizioni della nuova agenda interna- zionale sono: concludere un accordo sugli scambi di beni agricoli e servizi con l’Unione europea (messo da parte negli anni 1990 dalla precedente amministrazione), con l’intento dichiarato di “integrare l’economia brasiliana nelle catene globali del valore”; preparare la strada a un ingresso del Brasile nell’Ocse, accanto a Cile e Messico; e riavvicinarsi agli Stati Uniti.
Quest’ultimo obiettivo sem- bra quello ottenibile più rapidamente, a giudicare dal grado di af- fabilità che ha caratterizzato la visita di stato della presidente Rousseff nel giugno scorso. Non sono mancati gesti simbolici, tra cui incontri a Wall Street e con icone del Partito Repubblicano quali Henry Kissinger, Condoleezza Rice e Rupert Murdoch – e perfino il commento estemporaneo del Ministro del Commercio e dell’Industria se- condo cui un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, cui il Pt si contrappose con forza negli anni 1990, è «un’aspirazione» del- l’attuale governo brasiliano.
A parte questi dettagli, ragioni più strutturali garantiscono in ultima analisi il successo della strategia della presidente Rousseff di rafforzare i legami con gli Stati Uniti. Fra la rinuncia del Brasile al tentativo di conquistare la leadership regionale e a competere sui mercati emergenti in rapida espansione, da un lato, e il suo recente entusiasmo per la cooperazione internazionale in materia di corruzione e lotta al terrorismo, dall’altro, è improbabile che le notizie provenienti da Brasilia di questi tempi siano cattive notizie per Washington.
 

Il tunnel alla fine della luce
Di fronte ai poco invidiabili risultati inanellati dal governo (aggravamento della recessione, isolamento politico, crollo della popolarità), non sarebbe irragionevole per un osservatore esterno assu- mere che a Brasilia si stia seriamente pensando a un cambiamento di politica. In particolare, il sus- seguirsi mese per mese di dati economici negativi nel quadro di quel- la che si può ormai definire una vera e propria stagflazione, potrebbe aver indotto qualche econmista mainstream o perfino qualche isolato esponente del governo a prendere in considerazione la possibilità di proporre misure anticicliche.
Tutt’altro. È divenuto ormai un luogo comune per i commentatori economici attribuire tutti gli attuali guai del Brasile a irresponsabili eccessi di spesa pubblica in generale, e alle misure anticicliche intraprese dopo il crollo di Lehman Brothers in particolare. A conferma di ciò, un noto ex-ministro, già consigliere informale dell’ex-presidente Lula, a fronte del crollo degli investimenti (sia pubblici che privati), ha paragonato le proposte di farla finita con le politiche restrittive a “pensiero magico”. Mentre il Brasile sta subendo la sua peggiore recessione da venticinque anni, la strategia che lui propone per la ripresa è «creare aspettative di crescita», cercare di «stimolare gli animal spirits degli imprenditori». Non che si tratti di una strategia dai risultati garantiti, a dire il vero.
Rimane il fatto che vengono continuamente annunciate nuove misure che confermano e rafforza- no la politica neoliberista della presidente Rousseff. Sebbene gli obiettivi fiscali per il 2015 siano stati ri- visti al ribasso più di una volta in previsione di una drastica riduzione del gettito fiscale causata dalla contrazione dell’attività economica, le priorità ufficiali rimangono controllare il volume del debito pubblico lordo e raggiungere il pareggio del bilancio primario.
Si potrebbe presumere che nessuno all’infuori del Fmi consiglierebbe di inasprire le politiche re- strittive nel mezzo di una recessione di portata storica10. Ma sebbene questo diritto, che il Fmi si è con- cesso da solo, di ignorare le lezioni della storia sia stato emulato da non pochi funzionari brasiliani e dal solito entourage di economisti compiacenti, l’eccessiva ortodossia delle loro argomentazioni contrasta con la realtà delle condizioni macroeconomiche prevalenti.
Anche se né gli esponenti del governo né gli “esperti” ingaggiati dai media si danno da fare per ri- cordarlo all’opinione pubblica, il debito lordo brasiliano, pur al pic-co del 2015, è al di sotto del 70% del Pil, cioè inferiore a quello dell’austera Germania, e molto inferiore a quello degli Stati Uniti e del Regno Unito, entrambi prossimi al 120% del Pil11.
In più, i discorsi sull’aggiustamento fiscale e la riduzione del debito pubblico cominciano a essere davvero irrealistici se si considera, a parte il crollo del gettito fiscale (un effetto stranamente assente in tutti gli esercizi analitici di simulazione di ispirazione mainstream prodotti nel paese), il fatto che sia la dimensione che il costo del debito risentono pesantemente del brusco rialzo del tasso di interesse12.
Eppure, a basarsi sugli annunci pubblici del governo, per il 2016 c’è da aspettarsi che si andrà avanti così. Altri tagli alla spesa e agli investimenti pubblici, riforme della sicurezza sociale e delle pen- sioni, perfino benefici sociali finora considerati intoccabili (come il programma bolsa familia) – tutto è nel mirino del programma di austerità brasiliano.
Questa estrema ostinazione nel portare avanti una politica palesemente fallimentare, che causa profonda insoddisfazione fra le imprese e i lavoratori, contribuisce a spiegare perché gli indici di gradi- mento dell’attuale governo siano i più bassi dagli anni 1990.
Il fatto che esso si trovi di fronte a problemi di cui è in larghissima misura la causa stessa, tuttavia, fa del Brasile una lezione esemplare per altri paesi in via di sviluppo. Qualsiasi programma che ambisca, in quei paesi, all’emancipazione economica delle classi subalterne, non può che essere fonte di conflitto. Questo è particolarmente vero dove non solo la distribuzione del reddito ma anche quel- la della proprietà è fortemente sperequata, come in Brasile.

Per farcela, i leader progressisti dovranno fare alleanze e concessioni, ma mai sacrificando i loro obiettivi primari e i loro principi fondamentali. L’idea che, in questo contesto, sia possibile ingraziarsi i settori tradizionali, la cui predominanza è messa a repentaglio, facendo marcia indietro sulla propria strategia fondamentale e adottando “temporaneamente” la loro agenda politica è profondamente irrealistica.
In una situazione in evoluzione, compromessi utili possono essere ricercati solo a partire da una posizione di forza relativa, il che comporta mantenere la mobilitazione politica di quelli che più beneficiano dei cambiamenti; e, soprattutto, assicurare la creazione di lavoro e di ricchezza, sia pure, quando è necessario, a ritmi più contenuti.
Tuttavia, nonostante la recessione record, il crollo dei salari e la disoccupazione, l’attuale crisi politica ha meno probabilità di finire in maniera drammatica per la presidente Rousseff di quanto av- venne con gli altri presidenti di sinistra, Vargas (spinto al suicidio nel 1954) e Goulart (costretto a fuggire dal paese nel 1964).
Da un lato, l’esercito brasiliano, che ha avuto un ruolo diretto nella deposizione di entrambi all’epoca della guerra fredda, ha da tempo accettato l’idea che l’era dei colpi di Stato è finita. D’altro lato, come risulta dalla precedente descrizione, la presidente Rousseff e il Pt hanno rinnegato la propria dedizione alla causa del lavoro e si sono arresi su tutti i fronti senza opporre molta resistenza, rendendo la loro rimozione una questione priva di rilevanza.


(traduzione di Antonella Palumbo)


Note


1) Per una più dettagliata analisi ma- croeconomica del periodo, cfr. F. Serrano e R. Summa, Aggregate Demand and the Slow- down of Brazilian Economic Growth from 2011-2014, Centre for Economic and Policy Research - CEPR, Washington DC, agosto 2015.
2) Senza insistere troppo su questo pun- to, si noti comunque che un ministro brasi- liano è riuscito a combinare entrambe le spie- gazioni quando ha dichiarato, nel maggio scorso, che il governo aveva «assorbito il più possibile l’impatto della crisi internazionale e del cambiamento climatico – e questa poli- tica ha [ora] raggiunto un limite».
3) Cfr. la causa Jefferson County Sch. Dist. v. Moody’s Investor’s Servs., Inc.
4) Il debito lordo in Brasile è più ampio del debito netto principalmente a causa del- le operazioni di politica monetaria e crediti- zia, in particolare per via dei titoli contro- parte delle ampie riserve estere.
5) Cfr. http://www.valor.com.br/brasil/4091982/crise-e-momen to-importante-para- repensar-o-pais-afirma-levy
6) Oltre ad aver ottenuto la rimozione del presidente Vargas nel 1954, la crociata morale contro la corruzione è stata di nuo- vo uno strumento decisivo nel rovesciare il presidente Goulart (che si batteva per una “repubblica sindacale”) nel 1964, e nell’im- pedire l’elezione di Lula da Silva e della sua coalizione di sinistra nel 1989, prima di riapparire nel tentativo non riuscito di im- peachment del presidente Lula nel 2005, e di nuovo, con maggiore efficacia, negli anni recenti.


7)  Il presidente Cardoso (paladino in Bra- sile delle privatizzazioni e del “Washington Consensus” dal 1995 al 2002) ammette nel- le sue memorie recentemente pubblicate che egli era a conoscenza dello “scandalo” Petrobras fin dall’ottobre 1996, aveva pen- sato di intervenire, ma alla fine aveva de- ciso di non farlo.

8)  Originariamente stimati a 44 miliar- di di dollari, gli investimenti di Petrobras per il 2015 sono stati ridotti a 31 miliardi, mentre il nuovo business plan, annunciato a fine giugno, li ha tagliati per il periodo 2015-2019 di oltre il 40%, da 221 a 130 mi- liardi di dollari.

9)  In un rapporto speciale le Nazioni Uni- te avvertono che il testo della nuova legge brasiliana sul terrorismo è «redatto con ec- cessiva ampiezza e rischia di limitare libertà fondamentali».  Cfr.  http://www.  ohchr.org/ EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=16709&LangID=E

10)    Un commentatore ci ha segnalato che nel G-20 di giugno 2010, mentre gli Usa ancora si dibattevano per uscire dalle sec- che della recessione e l’Ue vi stava lenta- mente scivolando, la Bri (Banca dei regola- menti internazionali) affermò che non era il caso di aspettare la ripresa per ridimen- sionare drasticamente i deficit di bilancio e che, a meno di tempestivi rialzi dei tassi di interesse, si sarebbero create «distorsioni». Né il rischio di recessione, né il costo che i crescenti tassi di interesse avrebbero com- portato per il debito pubblico furono men- zionati in quella circostanza.

11)   Le cifre si riferiscono ai debiti pub- blici lordi, delle amministrazioni sia cen- trali che locali.

12)   A partire da gennaio 2014, la Ban- ca centrale brasiliana ha aumentato il tas- so di riferimento di ben 425 punti base.